la rete e il modello di businnes che non c'è
LA RETE E IL MODELLO DI BUSINESS CHE NON C'E'
DI LINDA BRUNETTA
L’unico “nuovo modello di business” in Italia per quanto riguarda la rete è stato inventato dai siti dove si scaricano illegalmente contenuti culturali, con la benevolenza dei provider e delle società di telecomunicazioni. E’ stato ed è un grande business che danneggia enormemente l’industria culturale (produttori e autori), perché i proventi derivati non vengono re-investiti nella produzione di musica e audio-visivi. Anche il venditore abusivo di cd illegali è stato penalizzato da internet: “Se si possono scaricare gratuitamente musica e film a casa propria perchè comprarli sulla bancarella?” Gustosa e illuminante lamentela raccontata da Carlo Blengino (Nexa) l’8 settembre al Lido di Venezia nel corso del Convegno Il Mercato che non c’è-Autori, Produttori, Navigatori nell’isola del web, promosso da Siae insieme ad Anica e le Giornate degli autori e coordinato da Fernanda Roggero direttore di Nova/Il Sole 24 Ore.
I partecipanti al convegno si sono trovati d’accordo su un solo punto: non è stata ancora varata un’offerta legale competitiva con quella illegale. L’affermazione che nulla può essere competitivo con il gratuito è smentita dai fatti: nonostante le infinite possibilità di piratare, esistono offerte legali di enorme successo planetario come I Tunes. Quando l’offerta legale di contenuti culturali su internet è facile, praticabile, efficiente, a basso prezzo, qualitativamente e quantitativamente appetibile, è quel nuovo modello di business che tutti stanno cercando. Lo capirebbe anche un bambino, anzi essendo il bambino nativo digitale lo capisce già.
E allora perché da noi, in Italia, non si riesce a far decollare un business che darebbe un po’ di ossigeno alla nostra agonizzante industria culturale? E che si tradurrebbe in qualcosa che in questi terribili tempi di crisi economica mondiale sembra un’utopia: nuovi posti di lavoro per i creatori, intesi come autori e produttori e nello stesso tempo ottimi proventi per chi aprirebbe i siti. D’accordo sul problema, per quanto riguarda la causa del problema gli operatori del settore sembrano paralizzati su due posizioni contrapposte: da una parte autori e produttori, società di diritto d’autore e dall’altra utenti, provider, società telefoniche, emittenti, esponenti di partiti a difesa degli utenti, associazioni di consumatori e tutti i signori che hanno a che fare con Google o You Tube. Per i primi il grande ostacolo allo sviluppo di un’offerta legale seria è la pirateria, per gli altri il diritto d’autore. Forse tra qualche anno ci si renderà conto del macroscopico errore che ci sta facendo perdere il treno di internet in oziose discussioni su chi ha ragione e chi ha torto. Per il momento il merito di questo convegno è di aver aperto un dialogo fra le parti. Come ha affermato il direttore generale della Siae Gaetano Blandini: “Vorremmo arrivare vivi alla sfida con il futuro. La Siae è disposta a confrontarsi con le istituzioni, le associazioni, Confindustria Cultura, i provider e le società di telecomunicazioni, con chiunque abbia bisogno dei contenuti protetti dal diritto d’autore per fare il proprio business in rete.”
Secondo Roberto Barzanti, Presidente delle giornate degli autori, “Non è stato valutato a sufficienza l’insieme nella sua organicità (autori e produttori), garantendo soluzioni equilibrate e garantendo compensi equi a tutti gli operatori”.
Qualcosa si sta muovendo: Francesco Nonno afferma che Telecom Italia ha già un sistema di fatturazione, più pratico dei pagamenti offline con carta di credito e “sta costruendo piattaforme nuove per veicolare un’offerta legale che soddisfi la domanda”. Lo sviluppo della pirateria non è conveniente per la loro società, dato che utilizza molta banda a fronte di medesimi ricavi.
“L’offerta legale non riesce a decollare- spiega Riccardo Tozzi, produttore e Presidente dell’Anica- “perché sottoposta ad un sistema di finestre, cioè l’utilizzazione del film in internet non può essere contemporanea all’uscita del film in sala, come nell’ambito della pirateria. I tempi medio-lunghi per la realizzazione dell’offerta stanno mettendo a rischio soprattutto la produzione indipendente, come è avvenuto per l’industria della musica”.
Per Giampaolo Letta (AD di Medusa) è la Legge sul diritto d’autore che va aggiornata: “Mentre Google e You Tube guadagnano sottraendo contenuti e vendendo pubblicità e profilazione (dati sugli utenti), noi siamo bloccati su procedure troppo complicate”.
Altri operatori che vorrebbero attivare piattaforme di offerta legale si lamentano invece della resistenza dei produttori a fornire i loro cataloghi e della Siae che chiede 2000 visioni garantite al mese per concedere le licenze.
Manlio Mallia (Vice DG Siae e Direttore dell’Area Attività Internazionali e accordi Broadcasting e New Media) precisa che “la Siae è vincolata da accordi internazionali sul diritto d’autore e l’offerta legale è inadeguata perché i giganti dello streaming non hanno interesse ad investire in Italia dove c’è un’utilizzazione massiccia di opere piratate. In questo contesto a farne le spese saranno soprattutto gli autori professionisti, sopravviveranno i grandi autori che possono permettersi di disporre dei propri prodotti con contratti più vantaggiosi all’origine e la marea di autori emergenti condannati però ad esserlo per sempre”. Andrea Purgatori di Centoautori in rappresentanza dell’anello più debole della catena non media: “Il diritto d’autore garantisce la nostra libertà, espressiva e di comunicazione, non il contrario, come qualcuno ha cercato di dimostrare. Si sono persi 2 miliardi di euro di diritti d’autore non pagati a causa della pirateria di contenuti musicali e audiovisuali”. Cerchiamo un sistema diverso: “lasciamo gratuiti tutti i contenuti educational, ma non facciamo finta di non sapere chi sono i pirati”. Vanno repressi i siti illegali, non i ragazzi che li usano. Fra i cultori dell’utilizzazione gratuita di contenuti audiovisuali si potrebbe inserire anche la Rai, “ che paga la risibile cifra di 128mila euro per i suoi canali digitali”.
Roberto Guerrazzi, Presidente di Univideo, ha segnalato il dato positivo della vendita di DVD in rete, nonostante la pirateria, che confermerebbe la disponibilità degli utenti a pagare.
Il dato sconfortante è che abbiamo il triste primato dell’illegalità in rete fra i paesi europei, a causa della scarsa alfabetizzazione in campo informatico.
Blandini ammette che non è stata veicolata a sufficienza presso gli utenti di internet la cultura del diritto d’autore: “Al contrario tutti pensano che si tratti di una tassa e non il riconoscimento del lavoro di chi crea”. La repressione non basta e non è nemmeno così accurata come potrebbe essere.
Ma è ancora possibile aspettare che prima si ponga un serio freno alla pirateria, per poi adottare finalmente un modello di business legale su internet? Un’adeguata repressione della illegalità presuppone chiudere i siti, sanzionare l’utente pirata, adottare una maggiore severità come avviene in Francia o in Germania, paesi dove non si è spento internet per questo. Abbiamo tutti constatato che l’opinione pubblica italiana ha reazioni irrazionali su questo argomento. Ogni volta che è stata varata o proposta una regola per risarcire gli autori del saccheggio dei loro contenuti su internet, dalla delibera sulla copia privata al regolamento Agcom, si è scatenata l’indignazione generale come se si volesse commettere un crimine e non punirlo. Carlo Bengino del Centro Ricerca Nexa del Politecnico di Torino, che da anni sta esaminando internet, afferma che “La Legge sul diritto d’autore è fallimentare e difficilmente comprensibile. E’ una legge che difende soprattutto i diritti connessi dei produttori, che impone troppi vincoli al popolo della rete che scarica illegalmente musica e film, perché li ama. E attraverso la rete si sta ricreando il prodotto musicale autonomamente senza passare attraverso editori e distributori”. Se l’attività di musicista o autore non è solo un hobby, ma un’attività professionale, quindi un’opportunità di lavoro, come guadagnarci anche qualcosa?
Luca Sofri, che dirige Il Post, un giornale on line, ritiene che ci sia troppa superficialità e schematismo da ambo le parti. “Gli utenti della rete non conoscono i meccanismi produttivi e autori e produttori pretendono di recuperare il danno subìto. Il tasso di pirateria è fisiologico e le campagne di criminalizzazione si sono dimostrate fallimentari. Niente sarà più come prima: ci vogliono modelli nuovi e vanno cercati interlocutori seri nel mondo web”.
Il problema non è solo la totale assenza di una cultura del diritto d’autore, ma l’assenza di una cultura dell’Autore in generale. Come si può pensare di far capire il diritto d’autore quando gli autori, sceneggiatori, scrittori sono considerati unanimemente da destra, da sinistra, dai produttori, dalle emittenti, come l’ultima ruota del carro? Finchè persisteranno clausole vessatorie nei contratti fra autori e produttori di cessione totale dei diritti, per “ i mezzi ancora da inventare e sui pianeti ancora da scoprire” (lo ha ricordato lo stesso Sofri); finchè i produttori dovranno cedere tutti i diritti alle emittenti; finchè non avremo garanzie sociali come l’indennità di disoccupazione che in base ad una legge del 1934 (questa sì antiquata e incomprensibile) viene concessa a tutti i lavoratori dello spettacolo eccetto agli “artisti”; finchè non potremo avere una pensione perché non ci vengono pagate le giornate di lavoro che facciamo effettivamente; finchè non verremo considerati dai nostri stessi datori di lavoro come dei lavoratori al pari degli altri della medesima filiera, sarà difficile che l’opinione pubblica e gli utenti abbiano il dovuto rispetto per la nostra attività, nelle reti e nella rete. Un’industria che non rispetta chi dà origine ai suoi prodotti non è un’industria sana. Sorge il sospetto che tutto questo temporeggiare per un’offerta legale sia dovuta ad un calcolo: più tempo passa e più prodotti d’autore vengono tranquillamente piratati, legittimando questa pratica come libero consumo culturale dei “ggiovani”, che riempiti Ipod, Iphone, Ipad (che non sono gratuiti) di belle musiche e belle immagini, potranno ascoltarle e guardarle nel loro terribilmente lungo tempo “libero”.



